Partiture ritmiche del corpo - Dialogo con Adriano Bolognino e Rosaria Di Maro negli spazi di HSS hub

Nel tuo lavoro il corpo sembra essere non soltanto uno strumento, ma anche un luogo in cui si depositano memoria, emozioni e relazioni. Che rapporto hai personalmente con il corpo quando crei? 

AB: Quello che dico sempre è che creo istintivamente e al momento; quindi, non preparo mai nulla prima a livello di corpo e di movimento. Mi piace proprio lasciar andare il corpo nel momento presente, anche con le persone che mi circondano: assorbire l’energia del momento, le persone che sono intorno, farmi trasportare dalla tematica su cui stiamo lavorando. Non lavoro neanche in musica, quindi è tutto in realtà incentrato su un ritmo che esce naturale dal mio corpo, su partiture ritmiche del corpo, dinamiche diverse che creo istantaneamente e che poi si modulano e si trasformano attraverso i corpi dei danzatori.  Mi piace sempre raccontare delle storie che non siano mai narrative, ma partire da un punto di partenza e allontanarmi in più modi possibili da quel punto, rimanendo poi comunque legato a quel nocciolo.

Parliamo adesso prettamente di questo spettacolo, SAMIA, che verrà riportato in scena il 25 settembre al teatro Trianon di Napoli, guardandolo colpisce il modo in cui il corpo viene portato al limite: la tensione muscolare, le posture quasi innaturali, la resistenza fino al crollo sembrano raccontare una sorta di conflitto, sia interiore sia con ciò che circonda l'individuo. Da dove nasce questa fisicità e che cosa volevi esplorare attraverso il corpo?

AB: Sicuramente in questo spettacolo si può vedere molto, perché ha in sé questa sorta di rivincita, di voglia di arrivare, comunque ispirata a questa storia vera di un’atleta somala che veramente fa di tutto e vive delle perdite continue di sé rispetto a quello che è il mondo che deve affrontare. Quindi c’è questa lotta, questo voler raggiungere i sogni, che è una cosa che mi sta sempre molto a cuore, perché poi è quello che facciamo noi, con dei mezzi molto più semplici e disponibili rispetto a tante parti del mondo. In realtà questa tensione fa parte del mio linguaggio corporeo da sempre: mi piace portare il mio corpo, ma anche il danzatore, in una non-comfort zone, quindi portarlo, sia a livello emotivo che cerebrale e fisico, totalmente fuori, proprio per trovare poi, in questa difficoltà, l’emozione più pura e l’essenza del corpo più naturale. Quindi spingerlo al massimo. A livello estetico, poi, è proprio una parte del mio lavoro: lavorare sulla densità, sulla tensione del corpo, non su movimenti buttati, lanciati. Un’energia che si crea, si trasforma, ma è sempre molto in tensione.


Nel rapporto tra questi corpi sottoposti allo sforzo, la loro resistenza e i momenti in cui sembrano quasi chiedere di essere sostenuti, c'è anche una dimensione più politica? Samia parla, in qualche modo, della condizione dell'individuo, della necessità di essere accolto o della richiesta di aiuto?

AB: Sicuramente lo spettacolo SAMIA mette in luce una problematica reale del nostro mondo. Quindi, politico sì, ma molto sociale. C’è un voler far interrogare il pubblico su temi, e questo cerco di farlo spesso, che sono nostri, dei nostri giorni, che hanno bisogno sicuramente di attenzione. So di non poter cambiare nulla con uno spettacolo, ma si può sicuramente aprire una domanda, far luce su una storia, una storia vera come in questo caso, quella di Samia Yusuf Omar. Quindi c’è un voler spingere il pubblico a mettersi nei panni e in situazioni che non sono quelle che viviamo e che poi dimentichiamo nella nostra vita di tutti i giorni. Non ci trasportiamo in dei mondi altri, dove succedono cose che a noi, fortunatamente, non accadono, ma in realtà è un problema di tutti, poi.


Ho notato poi che in questa rimessa in scena c’è la presenza di un unico interprete maschile, rispetto alla prima dello spettacolo che aveva un corpo di ballo completamente al femminile. È una scelta che ha un significato all'interno della drammaturgia di Samia? È casuale? È voluta?

AB: È stato molto combattuto questo, perché io in realtà volevo rimanere con le sei donne. È sicuramente uno spettacolo che parla di una figura femminile, che porta in sé molte cose del femminile. Io, quando lavoro con i miei lavori da freelance e non per compagnie, lavoro soprattutto con donne, perché da sempre trovo che abbiano un’affinità maggiore con il mio materiale, con il mio mondo. Quindi cerco di rimanere sempre sulle donne. Mi sto affacciando di più anche agli uomini in questi anni ed era difficile immaginare questo pezzo con delle figure maschili, perché volevo presentare corpi di donne diverse, storie diverse. Però in realtà ci siamo interrogati sul fatto che parliamo di umanità soprattutto, quindi è l’essere umano al centro. L’essere umano e tutto ciò che questa storia porta con sé, che è un racconto generale, quindi non solo incentrato sulla figura della donna. Il ragazzo che abbiamo scelto poteva in questo modo anche sostituire, a livello di dinamiche corporee, la danzatrice mancante, che è la mia assistente, Rosaria Di Maro, che aveva questo ruolo principale, come se raccontasse e incarnasse di più quella che è la figura dell’atleta. Ma in realtà è un cast quasi completamente diverso rispetto a tre anni fa, quando lo abbiamo portato in scena per la prima volta. Anzi, attualmente è anche un po’ lontano da quella che è la mia ricerca di oggi, perché ovviamente si è modificata, si trasforma.

Rosaria, come nasce il tuo percorso nella danza e qual è oggi il tuo rapporto con questa pratica? 

RDM: Nasce da piccola, sui sei, sette anni, un po’ perché piaceva molto a mia madre come arte e piaceva molto anche a me, probabilmente. Però devo dire che fino ai quattordici anni l’ho fatta un po’ perché la dovevo fare. Non obbligata, ma la facevo normalmente, anche con piacere. Poi ho visto un grande cambio in me quando, a quindici anni, ho cambiato scuola di danza e sono andata a studiare da Mara Fusco al Vomero. Ho incontrato un insegnante che ha cambiato molto il mio modo di amare la danza. Amavo proprio come mi sentivo nella danza che lui creava e quindi, da lì, è diventato proprio un credo e una medicina. Mi sono completamente immersa, ho trovato il mio modo di amarmi; quindi, è diventata per me tutto quello che è fino ad oggi. Poi sono andata a studiare a Reggio Emilia per un anno e, in realtà, Adriano lo conosco perché studiavamo insieme al Lyceum di Mara Fusco. Quindi ci conosciamo dal 2010. Poi è iniziato il suo percorso con me al suo fianco e l’ho accompagnato, fino ad oggi. E da allora, il mio rapporto con la danza e con lui, non è mai cambiato: si è amplificato. La danza per me non sta solo nella sala di danza, sta in tutta la mia giornata, in tutte le cose che ho fatto, in tutti i lavori, anche quello della commessa: ho raccolto veramente tutto per arrivare ad un obiettivo. Quindi tutto ha costruito quello che sono oggi.

Essere madre e, allo stesso tempo, continuare a essere un'artista: come si sono incontrate queste due dimensioni nella tua vita? La maternità ha modificato in qualche modo il tuo rapporto con il corpo, con il tempo e con il lavoro? 

RDM: Si stanno ancora incontrando, direi che il mio viaggio è appena iniziato. Sicuramente è un cambio vita radicale. Già con la gravidanza, il corpo cambia. L’ho sempre vissuta un po’ come un salto nel vuoto, nel senso che sapevo quella che ero, non so cosa sarò, e quindi lo devo sicuramente ancora scoprire. Ovviamente io prima ero un kamikaze e ho sempre vissuto la danza con molto rispetto. Ho bisogno del mio tempo da dedicare al mio corpo e ho sempre pensato, e penso tuttora, che se non la faccio nel modo in cui per me merita, preferisco non farla. Quindi attualmente sono ferma come corpo, ma faccio tantissime altre cose, quindi è sempre in movimento. Però è una grande modifica che non so ancora quanto mi trasformerà.

Diciamo, questo fatto di stare ferma è una cosa che attualmente ti pesa? La vedi come un momento di passaggio? 

RDM: No, in questo momento non mi pesa, perché so che non potrei dare alla danza quello che per me è necessario. Quindi sto dedicando il tempo alla piccolina e sono molto tranquilla. Sono anche molto fortunata, nel senso che Adriano è il mio capo e sono anche io un po’ il capo di me stessa, quindi, sono molto libera su questo. In questo momento in realtà mi piace anche molto stare fuori. Ovviamente il corpo è la mia matrice, quindi non ti posso dire che non mi manca, però insomma, tutto sommato bene.

 Avete condiviso tanti anni di vita e di lavoro: c’è qualcosa che senti di aver imparato da Adriano e che, nel tempo, è diventato parte di te?

RDM: Da Adriano ho imparato tantissimo, nel senso che adesso sembra molto che sia io quella che porta le redini del duo, ma se torno indietro a tanti anni fa, so bene che lui mi ha trasformata proprio come un vaso di terracotta. Cioè, veramente, ci siamo messi in sala io e lui e mi ha fatta diventare quella che i suoi occhi immaginavano, in funzione di quello che per lui era la danza. Non ero quella che sono oggi, cioè quella che sono diventata. Se devo scegliere una cosa che poi ho imparato io a fare, o comunque che oggi faccio io più di lui, è sognare. Perché lui è un sognatore assurdo e io invece venivo da una realtà radicata, dove i sogni a casa mia non erano concessi. Lui, invece, veniva da una famiglia in cui c’erano solo i sogni. È una cosa che però non è che vorrei prendere: l’ho proprio presa. E a volte oggi forse io sogno più di lui. Quindi ci siamo completamente plasmati.

HSS è uno spazio nato per accogliere la ricerca e la produzione nelle arti performative. Che cosa significa, per voi, poter sviluppare una ricerca in un luogo pensato proprio per questo? 

AB: Secondo me è importantissimo e lo è ancora di più nella nostra città, perché non c’è un luogo come questo. Noi siamo fortunati perché possiamo andare spesso in giro per l’Italia e per il mondo, trovando dei posti che ci accolgono, in particolare Orsolina28, un centro molto grande di residenze prettamente sulla danza e non per le arti performative come in questo caso. Sentiamo che quando siamo in un luogo come questo, come quello e come altri, veramente la mente può adagiarsi e l’artista può stare tranquillo e sereno, avendo delle risorse e delle comodità che facciano rilassare la mente e permettano di incentrare tutto il focus sul materiale del corpo, su quello che uno viene a fare. Quindi stai sereno di poter fare il tuo lavoro senza altre complicanze che spesso in altri luoghi ci sono. È una grande sfida aprire questo posto in una città che a volte è molto complicata, però ce n’era assolutamente bisogno, secondo me.

RDM: E secondo me è proprio questo il punto. A volte noi artisti ci troviamo ad occupare spazi che sono un po’ ibridi. Anche le residenze pensate per la danza non hanno mai un grande comfort. Noi abbiamo fatto un milione di residenze, ma forse in sei o sette anni gli spazi confortevoli non arriviamo neppure a cinque. HSS rispecchia veramente degli alti livelli di comfort. Forse, dopo Orsolina, è il posto che più sembra accogliente che ho incontrato. Ed è importante perché sembra un po’ che i danzatori, i coreografi, si debbano accontentare. Invece creare uno spazio confortevole cambia completamente, io credo, anche quello che viene fuori. Perché banalmente, per i danzatori, avere una doccia confortevole, un bagno confortevole, una sala che non è umida ma che ti scalda, è tutto. Noi lavoriamo con i corpi e stare in un posto che si prende cura di te è importante, secondo me. È veramente prezioso questo posto a Napoli. Un’altra cosa molto preziosa è la visuale che c’è nello spazio. Poter vedere uno spettacolo con la giusta distanza dai corpi già in sala prove è qualcosa di importantissimo. Perché spesso le sale danza hanno delle visuali schiacciate e poi vai in teatro e ti trovi davanti a cose che non avevi mai potuto vedere prima. Quindi anche questo, per me, è un dato preziosissimo. 

La vostra prima esperienza a HSS è legata alla residenza di Come neve. Se ripensate a quel primo ingresso nello spazio e lo confrontate con il vostro ritorno oggi, che cosa è cambiato? È cambiato HSS, siete cambiati voi, o è cambiato il modo in cui guardate e abitate questo luogo? 

AB: Sicuramente si sta facendo più grande, si sta facendo sempre più intensa l’attività che si svolge all’interno. Vediamo tante persone e tante cose accadere, ed è questo il bello: lo scambio che nasce e tutte le persone che attraversano questo luogo e lo fanno vivere. Sta crescendo tanto e mi auguro di vederlo crescere sempre di più.

RDM: Con Come neve siamo stati qui pochi giorni, però, anche se non è passato tanto tempo, sembra che ogni giorno metta un piccolo tassello in più. E questa è la bellezza delle cose che si creano. Banalmente, quando siamo andati noi a Orsolina nel 2020 non c’era il 50% degli spazi e l’abbiamo visto crescere sotto i nostri occhi. Quindi credo che anche questo posto abbia un potenziale infinito. Appena arriva alle orecchie e agli occhi di tutti non ci sarà più spazio per noi. È bello vedere i posti all’inizio e poi immaginare che tra un anno sarà il doppio di quello che è adesso.

Se dovessi raccontare HSS attraverso una sensazione, un'immagine o un ricordo, quale sarebbe? 

AB: Accoglienza. Qui si percepisce davvero un’intensa aria di serenità e un forte spirito di ospitalità, merito anche della disponibilità dello staff ed è la cosa più importante secondo me!

RDM: Ti direi casa. Un po’ perché siamo nella nostra città e difficilmente ci capita di lavorare in modo confortevole, qui a Napoli. E poi perché c’è Sara, che conosciamo da un po’, ma soprattutto perché HSS è molto accogliente sotto tutti i punti di vista per chi lavora in modo particolare con il corpo. Ecco, mi dà questa idea di casa.

a cura di Rebecca Giliberti

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